Storia di chi fugge e di chi resta

Non ho mai scritto una recensione, non so come si recensisca un libro, le leggo spesso e il più delle volte mi sembrano stralci spocchiosi e autocelebrativi, forse in qualche modo lo sarà anche questo post.

Ho appena finito STORIA DEL NUOVO COGNOME, il secondo volume della quadrilogia della Ferrante.
Dalle prime righe de L’AMICA GENIALE, ho sentito Elena e Lila camminarmi dentro e siccome devo dar pace a questo cuore in tempesta, dopo quattro mesi, rieccomi a mettere un ordine ai pensieri.

Ho imparato a scrivere a quattro anni, nascondendomi, quando andavo al supermercato con mia madre, per ricopiare le lettere delle etichette dei prezzi. Qualche volta mi perdevano e mi facevo riaccompagnare da un signore fino all’ingresso di casa.
Leggo da quando so leggere, avidamente. Ancora oggi, nel mio paese tutti quelli del vicinato mi ricordano così prendendomi in giro, come a dire che sì di sapere ne so ma a cosa mi avrà portato tutta questa conoscenza, che non c’ho ancora un marito né un posto al Ministero, mah.
Giocavo a carte con mia madre o mio nonno e vincevo o mi facevano vincere per darmi le mille, duemila lire che mi spedissero contenta alla bancarella dei libri o dal giornalaio. Compravo giornali su tutti gli argomenti possibili, riviste di scienza che non capivo a fondo, giornali sui computer coi cd allegati per installare i programmi, leggevo Top Girl, Vanity Fair, il Barbanera di papà in bagno, romanzi e boiate, lo speciale sul kamasutra allegato a Novella2000 che i miei nascondevano nel cassetto delle mutande in bagno per non farmelo trovare.

Alle medie, d’estate andavo in campagna a fare l’acinino con lei, la mia amica geniale e tutti i compagni del mare. Prendevamo tre euro l’ora, ci alzavamo alle quattro e ce ne andavamo all’una. Per fare più soldi facevamo pure il turno di pomeriggio che cominciava alle tre e finiva alle sei.
Con quelli ci compravamo i Bacardi, uscivamo di nascosto dalla finestrella di casa di mia nonna, nella notte, per girare e ridere con i ragazzi più grandi. Qualche volta li baciavamo poco convinte.
Litigavamo, io non facevo a botte, lei sì, con quelle che ci parlavano alle spalle, che dicevano cose non vere su di noi, gelose di una libertà che a quattordici anni nessuna di loro aveva. La calunnia non la potevamo accettare e ci facevamo valere come sapevamo, io parlando, lei con le mani.

A poco a poco iniziava a farsi spazio l’altra me, avevo fatto amicizia col giornalaio e se all’inizio mi divertiva l’idea che potessi diventare altro, a poco a poco si fece spazio la certezza che mettendocela tutta, prima o poi me ne sarei andata.
Leggevo perché ogni riga nuova mi dava potere e con quel potere riuscivo a sopravvivere in un contesto che sentivo sempre meno il mio. Quel potere poi è diventato consapevolezza dei miei desideri e delle mie convinzioni su ciò che fosse giusto e sbagliato, le nozioni sedimentate prendevano forma e gradualmente diventavano libertà. Mi infastidivano le battute sui negri delle bancarelle, gli scherzi alla secchiona sfigata, le mani allungate del bello che volevano tutte. Non sopportavo che tutti volessero fare amicizia e farsi invitare sotto l’ombrellone del mafioso del paese, pieno di telefoni costosi, vestiti e costumi all’ultima moda, visto che sapevamo tutti da dove venisse quell’opulenza.
E’ una vita che non mi appartiene più, dieci anni fa sono diventata un’altra persona e ho pensato a lungo che quella parte di me fosse una parte di cui vergognarmi, da cui fuggire.

Stamattina appena ho aperto gli occhi volevo sapere come stava Lila, perché la mia Lila non la riconosco più e di geniale s’è perso tutto, lasciando ricordi sbiaditi e sorrisi amari in entrambe.
La devastazione che mi stanno procurando le righe dei suoi libri, mi cambierà per sempre. Non parlo solo della qualità della narrazione e della potenza della storia costantemente imprevedibile per la sua ordinaria banalità.
Ma perché il rione, la violenza, la miseria, il bisogno ineluttabile della rivalsa, la ricchezza, l’ostentazione, il maschilismo, gli studi, il potere, l’inevitabilità dell’ingiustizia mi scorrono dentro da sempre e leggerli così, mi riporta a tutto quello da cui vengo e mi fa piangere di commozione e senso di colpa.

Forse è questo il vero potere dell’arte, avvicinarci tutti al dolore del prossimo.

Uva

Lavorare tutto il giorno al computer non è male ma aliena, sembra di essere in un non luogo, come in un grande aereoporto digitale.

Stamattina alle otto ho approfittato della passeggiata con Ferruccio per andare a comprare un po’ di frutta al mercato di Sant’Ambrogio, sono andata al solito banco coi due ragazzi, in fondo a destra. Hanno più o meno la mia età, sorridono e hanno quel colorito di chi o in campagna o per strada prende sole senza impegnarsi.

Ho preso le susine “Cuore di Drago”, gli ho chiesto come fossero e Fabio ne ha presa una, l’ha tagliata a metà e me ne ha passato uno spicchio.
Le mettevo nel sacchetto una ad una, palpandole, e uno dei due mi ha suggerito di provare l’uva, che era di un contadino fidato e, a detta sua, si scioglieva in bocca.
Mi ha specificato, che l’uva era “Victoria”, senza darci troppo peso, sicuro del fatto che non sapessi distinguerla dall'”Italia”, dalla “Regina”, dalla “Princess”.
Ha detto proprio: “Non so se te ne intendi, ma è una delle varietà migliori che abbiamo”.
Ho sorriso ripensando alla mia famiglia, che coltiva uva da generazioni, a quegli ettari che avevamo da quando sono nata e che abbiamo ceduto tre anni fa, quando i miei si sono arresi alla crisi e all’Ilva e hanno preso un bar/autogrill, improvvisandosi imprenditori e scoprendosi bravi. Continua a leggere

Ho smesso di scrivere da tanto tempo, eppure se penso alla mia vita, non faccio che scrivere. Camminando per strada, prendendo l’autobus, in fila alle Poste, scrivo.

Però, il però ve lo devo, che mi leggete e un po’ mi volete bene e quando mi chiedete del blog mi si stringe il cuore.

Però, ho dei magoni ciclici che mi fanno sprofondare in un baratro senza ritorno. E’ tutto legato ai miei studi, o meglio a quello che mi ha portato a scegliere Studi Internazionali, ai sogni infranti dalla laurea in scienze politiche. Non parlo di sogni professionali ma di sogni politici, sociali, culturali.

Il brutto di aver studiato certe cose è che quando accendi il telegiornale, sai spesso cosa c’è dietro alla notizia ed è un’agonia, straziante.

Gradualmente, penso sia fisiologico, per gran parte degli studenti di scienze sociali, accade che il cinismo prenda il sopravvento, fino a non credere in niente, se non in pochi meravigliosi bagliori accecanti. L’alternativa è barricarsi in mondi paralleli basati sull’asocialità e sul rifiuto dello status quo. Ho scelto l’agonia della realtà. Continua a leggere

Lavori in corso

 

Un mese fa soffrivo per un dente del giudizio cresciuto male, chiedevo quattro giorni a lavoro, riposavo, mi riempivo di Brufen e speravo nella buona sorte. Oggi ho cinque visite fatte, un ago aspirato prenotato a Careggi per la prossima settimana, un esame istologico e l’asportazione prevista entro un mese di un nodulo di 2 cm sulla parotide sinistra. Operazione semplice solo che da lì ci passa il nervo facciale, quindi è un po’ delicata. Forse è un adenoma pleomorfo, forse altro. Lo scoprirò tra un altro mese. Non ho paura, un po’ d’ansia e stanchezza sì, però se divento Elephant Man giuro che potrete prendermi in giro 😉

Allora questo post è per aggiornarvi, che poi non vi arrabbiate che non vi avevo detto niente; se non vi scrivo, se non rispondo, se sono un po’ scontrosa è perché questo mese me lo prendo tutto per me, tra il lavoro e la salute le ragioni non mi mancano.

Fine Primo Tempo

Avevo paura che arrivasse il momento in cui li avrei salutati. Il giorno in cui, con una stretta di mano e qualche abbraccio, ci saremmo augurati ogni fortuna per poi prendere ognuno la propria strada. Lo sapevo, dentro di me lo sapevo, che come tutte le cose belle sarebbe finita. Sapevo che mi avrebbe lasciato un sorriso e un buonumore il ricordo di questi mesi.Però certe cose non me le aspettavo, e non me le avevano nemmeno dette durante la preparazione a Roma.

Davvero, io non me lo aspettavo l’impegno degli artigiani ogni volta che abbiamo provato a sperimentare nuove soluzioni, non mi aspettavo le mail a mezzanotte di sabato sera, i complimenti, gli sfoghi personali per la crisi che loro hanno da molto prima del 2008, non mi aspettavo di parlarne davanti a un bicchiere di vino alle nove di sera, di documentarmi e studiare nei weekend per provare a essere davvero d’aiuto, non mi aspettavo i legami che sono nati, i sorrisi, i risultati raggiunti, le prime vendite dopo mesi di stallo, l’entusiasmo. Ecco, tutto l’entusiasmo con cui ci hanno accolte in bottega, gli abbracci dopo ogni visita, l’euforia all’idea che forse stavolta ce la potevano fare davvero, ecco questa è la cosa che mi ha colpito di più. Continua a leggere

Bella storia

In pochi mesi mi è cambiata la vita e per spiegarvelo non so da dove iniziare, ci provo.

A luglio ho scoperto di essere la borsista vincitrice del progetto Google – Unioncamere “Made in Italy: Eccellenze in Digitale“. Come sapete ho studiato Sviluppo Locale e Regionale. Come sapete la promozione del territorio, i saperi degli artigiani, tutte le iniziative che valorizzano questo Paese e l’Italia onesta che ci invidiano in tutto il mondo, tutte queste cose sono la mia vocazione.

Uno passa una vita a dire che l’Italia è bella nonostante tutto e pensa che nessuno ascolti, che siano tutti troppo indaffarati a disprezzare emigrando in chissà quale angolo di mondo. Spesso, a fasi alterne, ne ho fatto parte anch’io. Che però in quanto tarantina mi sento in diritto di rinnegarla più spesso degli altri.

Mi ero messa in testa che tra Settembre e Dicembre 2014 avrei organizzato la mia trasferta. Lasciato 4 anni di convivenza con la donna della mia vita, un rifugio speciale nel cuore di Firenze, tutti gli amici, la passione per le cause perse che difendo da sempre. Mi sarei arresa all’amara verità. Con poche centinaia di euro al mese e l’insicurezza di non farcela ogni volta mi mancava tutto; la dignità, l’orgoglio e la fierezza di aver studiato e di averlo sempre fatto bene, in tempo e con ottimi risultati. Mancavano l’allegria dei 27 anni, la leggerezza utopista con cui alla mia età ci si mangia il mondo, il coraggio di ammettere che quei soldi erano pochi.

Tornare a Dublino per ritrovarmi. Rischiare, rompermi la testa, giocarmi tutto e magari perderlo pure. Iniziavo a considerare qualsiasi ipotesi: banche, assicurazioni, risorse umane, ripetizioni, servizio internazionale, cameriere, progettazione europea, baby sitting, ripetizioni, startup.

Poi la svolta. Google aveva deciso insieme a 52 Camere di Commercio d’Italia di investire sulla grande bellezza di questo strano Paese: gli artigiani e gli agricoltori, i piccoli imprenditori d’eccellenza. Tanto famosi all’estero quanto sconosciuti e bistrattati qui da noi.

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Cristina D’avena: per una teologia della sua divinità – di Ester Nobile

Sono tante le cose che mia mamma non capisce di me. Per esempio non capisce che senso abbia avuto iscrivermi al liceo classico indirizzo figli di papà se poi ho lo stesso reddito pro capite di una diplomata al professionale, indirizzo shampiste in nero. Quello che però maggiormente le sfugge di me è il mio così completo trasporto nei confronti di Cristina D’avena.

Come dare torto però alle sue perplessità? Mia madre vede in tv una quasi cinquantenne cantare a squarciagola nelle piazze È un po’ magia per Terry e Maggie, senza che questa descrizione corrisponda a quella di una barbona tossicodipendente, mentre per me è una sorta di divinità giunta tra noi per realizzare la dittatura del proletariato così come Marx la immaginava.  La domanda è dunque pertinente: cos’è che rende Cristina D’avena un tale fenomeno? Che si tratti del locale hipster frequentato solo da gruppi indie – grazie a Dio di scarso successo – o del centro commerciale costruito per coprire una discarica di rifiuti tossici, tutti i Suoi concerti sono sempre sentiti e partecipati come fossero delle messe laiche, in cui il Suo verbo è ogni sera annunciato da gnomi, gemelli del destino, orfanelle, guerriere e nazionali della pallavolo. Continua a leggere