Vieni via con me

15 mar

Fino a cinque anni fa, Roberto Saviano, un ragazzo di 26 anni laureato in filosofia viveva libero da ogni paura.

E’ il marzo del 2006 in ansia per l’uscita del suo primo libro, Gomorra e fino ad allora aveva pubblicato diverse inchieste giornalistiche sulla malavita napoletana sulla stampa locale.

L’incredibile successo di Gomorra lo  costringe ora ad affrontare quella malavita che ha sempre denunciato e che da allora non smette di minacciarlo di morte:

« Ad aver dato fastidio alle organizzazioni criminali è il mio lettore, non sono io. Il mio lettore è ciò che loro non vogliono, il fatto che in questo momento ne stiamo parlando, che ne hanno parlato tutti i giornali, che continuano ad uscire libri, che continuano a nascere documentari, è tutto questo che loro non vogliono, è l’attenzione su di loro, sui loro nomi, soprattutto sui loro affari »

A chi, pochi anni dopo l’uscita di Gomorra gli ha chiesto perchè questo bisogno di urlare (come se servisse spiegarlo)  Saviano risponde:

« Il tacere in queste terre non è la banale omertà silenziosa che si rappresenta di coppole e sguardo abbassato. Ha molto più a che fare col “non mi riguarda”. La parola diviene un urlo. Controllato e lanciato acuto e alto contro un vetro blindato: con la volontà di farlo esplodere. »

Il 14 ottobre 2008 arriva la notizia di un possibile attentato nei confronti di Roberto Saviano. Un ispettore di Polizia della DIA di Milano informò la Direzione distrettuale antimafia di essere venuto a conoscenza, dal pentito Carmine Schiavone di un piano in fase operativa, per uccidere lo scrittore e gli uomini della scorta entro Natale con un attentato spettacolare sull’autostrada Roma-Napoli in stile Capaci. Carmine Schiavone ha in seguito negato di sapere dell’attentato ma ha confermato che Saviano è stato ufficialmente condannato a morte dal clan dei casalesi.

Saviano decide dunque di trasferirsi per un pò all’estero e ci saluta con questa lettera:

« Penso di aver diritto a una pausa. Ho pensato, in questo tempo, che cedere alla tentazione di indietreggiare non fosse una gran buona idea, non fosse soprattutto intelligente. Ho creduto che fosse assai stupido – oltre che indecente – rinunciare a se stessi, lasciarsi piegare da uomini di niente, gente che disprezzi per quel che pensa, per come agisce, per come vive, per quel che è nella più intima delle fibre ma, in questo momento, non vedo alcuna ragione per ostinarmi a vivere in questo modo, come prigioniero di me stesso, del mio libro, del mio successo. ‘Fanculo il successo. Voglio una vita, ecco. Voglio una casa. Voglio innamorarmi, bere una birra in pubblico, andare in libreria e scegliermi un libro leggendo la quarta di copertina. Voglio passeggiare, prendere il sole, camminare sotto la pioggia, incontrare senza paura e senza spaventarla mia madre. Voglio avere intorno i miei amici e poter ridere e non dover parlare di me, sempre di me come se fossi un malato terminale e loro fossero alle prese con una visita noiosa eppure inevitabile. Cazzo, ho soltanto ventotto anni! E voglio ancora scrivere, scrivere, scrivere perché è quella la mia passione e la mia resistenza e io, per scrivere, ho bisogno di affondare le mani nella realtà, strofinarmela addosso, sentirne l’odore e il sudore e non vivere, come sterilizzato in una camera iperbarica, dentro una caserma dei carabinieri – oggi qui, domani lontano duecento chilometri – spostato come un pacco senza sapere che cosa è successo o può succedere. In uno stato di smarrimento e precarietà perenni che mi impedisce di pensare, di riflettere, di concentrarmi, quale che sia la cosa da fare. A volte mi sorprendo a pensare queste parole: rivoglio indietro la mia vita. Me le ripeto una a una, silenziosamente, tra me. »

A te Roberto vogliamo dedicare questo sogno, perchè non è vita senza libertà.

Grazie, perchè l’Italia migliore a cui pensiamo sei tu.

L’Italia che giovedì festeggerà il tricolore senza ipocrisie da mondiali di calcio ma portandosi nel cuore le battaglie delle donne e degli uomini che hanno fatto e fanno ogni giorno la libertà di questa Paese.

Prendetevi dieci minuti e ascoltate le parole di un ragazzo della nostra età che decide di denunciare, di non fare finta di niente e che da allora, da quella scelta di vita libera e onesta, non vive più.

Eccovi l’intervista a Enzo Biagi, pochi mesi dopo l’uscita di Gomorra:

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